Di Giorgio Alisi – Creativo… non pensionabile (Maturità 1956)
Ehi, rosso!….
-Te l’ho già detto che mi chiamo Sergio…
Stizzito, con una cadenza torinese che sembrava mettere un punto interrogativo in fondo a ogni frase, si passava la mano nei capelli rossi crew-cut come per cambiarne il colore.
Era l’estate del ‘50: sulle ultime pagine dei miei quaderni di scuola media una folla abusiva di auto che correvano, rotolavano su curve impossibili, assurde salite e discese, la Offenhauser Meyer Drake di Clark Gable contro gli Hell Divers US Navy della famiglia Sullivan….
I miei insegnanti sapevano, sorridevano e tolleravano quello che disegnava così bene le ‘automobiline’ e tifava per Alberto Ascari . Quasi prigioniero in collegio dalle parti di Camogli, esibivo con altri reclusi le conquiste socio-economiche di casa mia: il papà aveva una millecento (usata), ma non lo dicevo, altri la millecinque: quello dell’Aprilia sembrava che l’avesse solo per giustifi care un’invidiabile erre moscia.

Mio padre ha un Ferrari – Un silenzio più fragoroso di un petardo, subitaneo, totale. Il rosso lo disse semplicemente, con il suo bravo punto di domanda in fondo, un tono di understatement che ho colto sempre meno nei fi gli di papà degli anni seguenti. Certo gli credettero in pochi. Sergio non raccolse i “ma vaa!”, alzò le spalle: chi avesse tirato fuori all’ultimo un’improbabile Maserati o una Jaguar XK non avrebbe potuto scalfi re la colonna mitica sulla quale lui, stilita di pelo rosso, d’un balzo s’era rifugiato. Capii che ce l’aveva davvero. Qualche giorno dopo, fuori dall’albergo che ospitava i suoi genitori a Paraggi, vidi una svelta sagoma rossa: la visione fu rapida, l’impressione folgorante, diaframmata dal lunotto angusto della millecento.
Sicuro che c’era, sicurissimo, scalciante sopra la griglia egg-crate, nel suo piccolo campo giallo d’avena: il puledro favoloso!
Forse apparteneva a “un” 166 Inter Coupé Touring, una delle tante che ho tentato di vedere con il colore, le macchie, il graffi o della penna, la carezza della matita, con la frustrazione e la voglia di gridare, dopo la fatidica martellata sulla rotula -ruota, pardon-: ”Ma perché non ti metti in moto?”